
Tipologia: Speyside Single Malt Scotch Whisky
Provenienza: Speyside – Scozia.
Volume alcolico: 52,1%
Prezzo consigliato: 200 euro circa.
Reperibilità: Molto bassa, reperibile tramite aste specializzate.
La recensione odierna mi consente di introdurre sul blog un’altra distilleria finora inedita tra queste pagine: Aultmore.
Fondata nel 1897 da Alexander Edward (figura leggendaria del settore a cui si deve anche la nascita di Craigellachie), Aultmore sorge in una zona isolata chiamata Foggie Moss, nei pressi di Keith. Il nome stesso, in gaelico (An t-Allt Mòr), significa “grande ruscello”, con riferimento alla sorgente di Auchinderran. La particolarità di questo luogo risiede nell’acqua: filtrata attraverso felci e muschi (il “muschio nebbioso”, per l’appunto), conferisce al distillato una purezza e una freschezza quasi eteree.
Per oltre un secolo, Aultmore è rimasta quasi invisibile sugli scaffali come single malt. Il motivo? La stragrande maggioranza della produzione era destinata, e lo è tuttora, al celebre blend Dewar’s White Label. I Master Blender l’hanno da sempre considerata un malto “Top Class”, ingrediente fondamentale per donare vivacità e freschezza alle proprie miscele. Solo dal 2014, con il lancio della serie “The Last Great Malts” da parte di Bacardi (l’attuale proprietaria), Aultmore ha iniziato a brillare di luce propria con un core range ufficiale che spazia dal classico 12 anni fino a prestigiosi rilasci di 30 anni di maturazione.
Oggi, tuttavia, non mi focalizzerò su un imbottigliamento ufficiale, bensì su un indipendente selezionato da Cadenhead’s nel 2017. Si tratta di un Single Cask ex-bourbon imbottigliato a grado pieno (52,1%) nell’ambito della celebre Authentic Collection, risalente al periodo in cui Mark Watt era ancora in forze presso lo storico selezionatore di Campbeltown.
Senza ulteriori indugi, passo alla prova del bicchiere!
In sintesi, ci troviamo dinanzi a un distillato di schietta onestà, che fa della linearità il suo tratto distintivo. Pur non svettando per una complessità stratificata o per evoluzioni spiazzanti, l’esperienza di assaggio si mantiene coerente e priva di sbavature. La sua natura intrinsecamente basica, tuttavia, ne limita inevitabilmente l’ascesa verso le vette della mia classifica personale, attestando il giudizio su una dimensione di piacevolezza misurata. Un dram che non ambisce a stupire, ma che risulta più che dignitoso.
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